Nessuno mi aveva avvisata che cambiare indirizzo equivalesse a cambiare pianeta. Non so ancora se mi sono soltanto trasferita o se sono stata deportata in un universo parallelo, ma la cosa certa è che il Bianconiglio ha iniziato a darmi la caccia.
Già, perché “ridendo e scherzando” sono trascorsi sei mesi dal mio trasloco interdimensionale. Mezzo anno. Che detta così fa ancora più impressione, soprattutto considerando come funziona di solito questa giostra: arriva l’estate, un attimo dopo è Natale e quello dopo ancora ti ritrovi catapultata nell’anno nuovo chiedendoti dove siano finiti gli ultimi dodici mesi.
Solita routine, insomma, se non fosse che la mia mente è rimasta parcheggiata a dicembre 2025, dal momento in cui è iniziato il mio viaggio infernale.
Dunque, è proprio giunta l’ora di fare un bilancio.
Non perché qualcuno me lo abbia chiesto – così come nessuno mi ha chiesto di aprire un blog e raccontare le mie disgrazie – ma perché è una di quelle frasi da manuale che tutti sognano di dire almeno una volta nella vita.
E finalmente è arrivato anche il mio turno.
Sulla carta, sei mesi sono un periodo più che dignitoso per fare il punto della situazione.
Nella pratica, però, il cervello non riesce a quantificare davvero quanto tempo sia passato, specialmente quando lo deve confrontare con quasi cinquant’anni vissuti da tutt’altra parte.
Il risultato? Un evidente DPTS in stato avanzato.
Al momento, infatti, vivo sospesa in un limbo degno della Alice in Wonderland di Tim Burton, dove io però interpreto il Cappellaio Matto… solo con meno tè e molta più confusione esistenziale.
La notte sogno di continuo la mia vecchia casa, in versioni talmente varie che la Blumhouse potrebbe usarle come storyboard per l’ennesimo remake horror di Non aprite quella porta.
Del resto ho cominciato a sentire anche le voci.
No, non quelle demoniache che nei film fanno scappare i protagonisti ma quelle dei miei ex vicini‑sentinella.
Un attimo di blackout, il panico che parte in automatico, e poi – con calma, mooolta calma – arriva la conferma tardiva che non sono tornata in quell’incubo.
Ho soltanto iniziato ad avere allucinazioni auditive.
E tra i due mali, preferisco decisamente quello che non implica un revival condominiale.
Tutto ciò senza dimenticare la mia nuova dimora, con la quale sto ancora cercando di instaurare un rapporto civile.
Sicuramente c’è stato un enorme passo avanti rispetto ai primi giorni, quando mi sembrava di partecipare a un’escape room in cui aprivo porte a caso sperando di beccare quella giusta, mentre finivo continuamente per entrare nella stanza sbagliata.
Ora, almeno su quel versante, la situazione è sotto controllo, o quantomeno così dicono le statistiche interne.
Eppure ogni sera, da persona maniacale quale sono, quando faccio la mia solita ronda – controllando entrate, finestre, uccellini, eventuali presenze paranormali – mi ritrovo sempre davanti alla stessa sensazione stonata: quella che vedo all’ingresso non è la mia vecchia porta.
Un micro‑ritardo di sistema, un bug ricorrente che mi rivela che sì, sono qui fisicamente… ma il resto è ancora in fase di sincronizzazione.
Tuttavia, “il diavolo non è così brutto come lo si dipinge“: questo posto ha anche i suoi vantaggi, che probabilmente riuscirò ad apprezzare davvero quando le mie crisi esistenziali decideranno di prendersi una pausa caffè – e, per la cronaca, io non bevo caffè.
Come ribadito in più occasioni, qui regnano una quiete e un silenzio che sfiorano il mistico.
Esci a qualsiasi ora e trovi le strade vuote, in particolar modo la sera: un paesaggio urbano che per molti sarebbe perfino inquietante, mentre per un’asociale come me è praticamente il giardino dell’Eden.
Il fatto che i mezzi pubblici siano un’entità mitologica e che la raccolta differenziata continui a mettermi incessantemente alla prova ha comunque un effetto collaterale positivo: il fitwalking.
In sintesi, cammino per andare ovunque, per inseguire autobus fantasma, per portare giù i mastelli due volte al giorno e risalire i miei quaranta scalini, soprattutto quando l’ascensore decide di bloccarsi solo al mio piano – una forma di bullismo tecnologico, degna delle cash recycler, che ormai rientra inevitabilmente nella mia quotidianità.
Se ti va bene, chiami l’ascensore, si apre, entri e scendi a gettare l’immondizia.
Se ti va male, chiami l’ascensore, non si apre e scendi a piedi a gettare l’immondizia.
E siccome in quelle fasce orarie sono in modalità “casalinga disperata”, prendo direttamente le scale al volo: meno attese, meno rischi di incrociare altri condomini e, di conseguenza, qualche chance in più di salvare la mia immagine da vicina presentabile.
Stessa identica storia quando aspetto una consegna: lì scatta la missione speciale per intercettare il corriere, che puntualmente lascia i miei pacchi in giro dove capita costringendomi a un’altra corsa contro il tempo.
Tutto questo moto, però, è un traguardo notevole per una che ha sempre avuto un’avversione naturale per l’attività fisica.
L’unica eccezione è stata Wii Fit, che ho abbandonato quando perfino la Balance Board ha iniziato a fare inopportuno coaching motivazionale.
Adesso invece, facendo semplicemente la vita di tutti i giorni, magari è la volta buona che riesco pure a dimagrire, piuttosto che seguire la tabella militare di uno spietato personal trainer – virtuale o reale che sia.
E dopo questa ottimistica (e decisamente improbabile) previsione, direi che il mio bilancio per il momento può ritenersi concluso.
Seguiranno aggiornamenti futuri, stay tuned.

Mi piace il tuo modo di raccontare queste tipo di cose con leggerezza. Sei mesi sono un inizio, non un traguardo.
Grazie mille 🙌
Sei mesi sembrano tanti ma in realtà non bastano mai per ambientarsi davvero. Ci vuole tempo, secondo me sei normalissima!