Disavventure

Come rovinarsi la vita (digitale) con un click

Si dice che “la fretta è cattiva consigliera“.
Io aggiungerei che, quando ci si mette anche la mia sfiga, viene fuori una combo infallibile.
E non nel senso buono.

Da anni convivo con una sorta di mania da reset compulsivo.
Ogni tanto mi prende lo schizzo di fare piazza pulita su uno dei miei dispositivi e riportarlo allo stato di fabbrica.
Non è un gesto sconsiderato né un atto di follia improvvisa: lo faccio ormai da tempo immemore, so dove mettere le mani e non ho mai avuto problemi.
Anzi, per me è quasi una pratica di benessere tecnologico.

Il “format” è come una doccia rigenerante: via lo sporco, via i residui, via le app zombie che non muoiono mai del tutto, via i conflitti di sistema che ti rubano intere giornate nel tentativo di capirne l’origine.

È una purificazione.
Una rinascita.
Un nuovo inizio.

Qualche giorno fa mi è tornato proprio quell’impulso, tipo l’Oscuro Passeggero che tormenta perennemente Dexter.
Uno di quei momenti in cui senti che devi farlo, anche se il tempismo è palesemente contro di te.
Questa volta, infatti, avevo la fretta addosso e non era tutto programmato come mio solito.
In precedenza continuavo a rimandare perché non avevo tempo. Poi, alle 19:30 di una sera qualunque, mi si accende la lampadina.

“Tonight’s the night?” Naturalmente no.
Dexter aspetta la sera perfetta. Io, invece, ho improvvisato.

Dovevo andare a cena di lì a breve, ero stanca, e un ripristino richiede lucidità, calma e un minimo di cervello operativo.
Eppure… l’ho fatto lo stesso.

Qui arriva la parte migliore perché, nonostante la situazione, avevo comunque svolto tutto in regola come da manuale.
Salvataggi di Google, delle chat di WhatsApp, delle app sul cloud esterno, file spostati sulla SD, impostazioni sincronizzate: sveglie, calendari, SMS, chiamate… ogni cosa al suo posto.
Insomma, avevo blindato tutto, quindi non c’era nulla da temere.
O almeno così credevo.

Ma non avevo messo in conto il crash di personalità di Google: lo stesso che ti riempie di avvisi, precauzioni, notifiche e raccomandazioni per garantirti una sicurezza totale meglio dei sistemi Verisure.
Il perfezionista che ti spiega ogni due minuti come proteggere il tuo dispositivo, come se senza di lui vivessi in un costante stato di pericolo.

E per poi fare cosa? Fallire miseramente.

Il backup creato da Google, in prima battuta, risultava perfettamente riuscito.
Peccato fosse solo un’illusione.
Una promessa non mantenuta.
Un tradimento che ho scoperto quando ormai era troppo tardi, ovvero a ripristino effettuato.

Il danno peggiore?
Il registro delle chiamate.
Non una semplice cronologia.
Un dossier.
Un archivio giudiziario.
La mia collezione di prove contro operatori telefonici, fornitori di utenze, enti vari e chiunque osi sfidarmi in una discussione verbale pur sapendo di avere torto.
Data, ora, durata: tutto sparito.
Mesi e mesi di indagini buttati nel cestino.

A complicare ulteriormente il quadro ci si è messo anche Messenger.
Che non era nemmeno incluso nel backup di Google, ma ha deciso comunque di partecipare al disastro.
Le chat recenti? Svanite.
Quelle archiviate? Evaporate nel nulla.
Eppure, se apri un contatto a caso… la conversazione c’è.
Solo che devi riesumarla manualmente per farla tornare nella lista, come se stessi facendo archeologia digitale.

Il problema è che dovrei ricordarmi tutte le conversazioni finite nel limbo, comprese quelle con persone che non ho nemmeno tra i contatti di Facebook.
Un esercizio di memoria che sfiora la fantascienza, soprattutto considerando che sono ancora impegnata a elaborare i guai causati da Google.

La perdita più significativa, però, probabilmente è stata Animal Crossing: Pocket Camp.
O meglio, la mia partita iniziata nel lontano 2017, quando fu lanciato il videogioco.
Nove anni di alter ego virtuale.
Nove anni di campeggio, conigli, pecore, scimmie e biscotti della fortuna che di “fortuna” – non a caso – avevano solo il nome.

Nel 2024, con la nuova versione limitata di ACPC, Nintendo ha chiuso i rubinetti: niente più salvataggi automatici, niente più server, niente più aggiornamenti.
E io, nella fretta delle 19:30 di quella dannata sera, mi sono dimenticata di fare la copia locale dei dati di gioco.

Risultato?
Addio campeggio.
Addio personaggi.
Addio vita parallela.
Game over.

In tutto ciò, se non altro, almeno in mezzo a chiamate dissolte e chat scomparse, qualcosa era sopravvissuto.
Per assurdo però, le uniche tracce rimaste riportano tutte a dicembre 2025.
Lo stesso periodo in cui anche la mia testa è rimasta in standby pre‑trasloco.
E a quanto pare, perfino il mio telefono ha fissato nel medesimo momento il suo personale “checkpoint” temporale, come se tutto ciò che è venuto dopo fosse opzionale.
Forse è di nuovo l’universo che sta cercando di mandarmi dei segnali.
Segnali che, per inciso, stavolta non ho alcuna intenzione di interpretare.

Ricapitolando: ho perso metà della mia identità online, un fascicolo di indagini telefoniche che manco la Scientifica e tutto il mio lunghissimo passato su Pocket Camp.
L’unica certezza, in tutto questo caos, è che Google e Nintendo entrano ufficialmente nella mia lista nera, insieme a call center, corrieri e vicini di casa molesti.

Nel frattempo, qui si riparte quasi da zero.
Nuovi ricordi, nuova cronologia e uno smartphone ripristinato con il quale sto ancora facendo a pugni per trovare una quadra.

Dopo questa traumatica esperienza, forse è la volta buona che smetto con i reset.
O almeno ci provo.
Forse.

Categoria:

4 pensieri su “Come rovinarsi la vita (digitale) con un click”

  1. Sono ancora nella fase “non voglio fare reset” e prendo a cancellare roba vecchia che avevo deciso di conservare e piano piano, non so perché, alcune di quelle cose deciso che non sono più importanti. Che strana creatura il nostro cervello… e per fortuna che ho sposato un ingegnere informatico che queste cose le mangia a colazione e potrebbe farmele senza problemi ma purtroppo rimando sempre a data da destinarsi, un po’ per pigrizia, un po’ perché sembra sempre che non sia così necessario…

    1. Con il senno di poi, direi che il tuo metodo è molto più sicuro del mio… 🫣
      Però è proprio così, a volte spostare, cancellare, rimandare quelli che sembrano solo semplici file, inconsciamente è come farlo con questioni reali e quindi tendiamo a mettere da parte, rivalutare, procrastinare perché in base al momento vediamo le cose da diverse prospettive. E poi arriva quel giorno che decidi di fare uno scatolone e gettare via tutto insieme, perché è arrivato il momento di farlo

  2. Anch’io adoro resettare, e per giunta faccio backup di ben poca roba.
    Ma devo raggiungere un livello di accumulo e fastidio che non è preventivabile.

    (Dexter ❤️)

    1. Di norma anche io, lo faccio solo quando sento che il dispositivo non è “più come prima” per un motivo o per un altro.
      Anche tu fan di Dexter? Un altra (e ottima) cosa in comune allora 😃

Rispondi