Disavventure

Io e Google Maps per la città: un disastro annunciato

Ottenere un nuovo medico di famiglia è stata un’esperienza mistica, di quelle che ti fanno dubitare di vivere nel ventunesimo secolo, tra uno sportello che si manifestava a orari esoterici, ticket distribuiti con rituali sempre diversi e file che iniziavano prima dell’alba come un culto segreto.
A cerimonia conclusa mancava l’ultima cosa da fare: localizzare l’ambulatorio.

Per recarmi verso il mio obiettivo, in teoria avrei potuto tranquillamente usare i mezzi pubblici, fino a quando non ho scoperto che qui funzionano come l’autostop in tangenziale.
Gli autobus non hanno numeri di linea, quindi uno vale l’altro: in sostanza, fermi il primo che passa facendo leva sull’empatia dell’autista o augurandoti che vada nella tua stessa direzione.
In caso negativo ringrazi, saluti e speri nel prossimo.
A meno che non sia pieno. In quel caso non ti fanno proprio salire.

Gli orari delle corse, invece, sembrano rebus usciti da La Settimana Enigmistica: ogni fonte ne propone uno diverso e tu devi provare a decifrare quello che ti capita a tiro.
Quanto alle fermate… non esistono.
O meglio, non sulla mappa.
Esistono nella pratica, se sai già dove sono.
Peccato che, a quanto pare, non lo sappia quasi nessuno.

Per farla breve: qui si cammina.
E tanto.
Perché se devi andare da qualche parte e non hai un mezzo tuo, la scelta è semplice: o ti affidi al destino oppure ti affidi alle tue gambe.
E io, fedele alla mia (s)fortuna, ho scelto le gambe.

Armata di Google Maps – con il quale ho già una relazione molto complicata – ho così iniziato la mia spedizione verso lo studio medico.
Maps, senza smentirsi, ha deciso di collaborare con il solito modus operandi, ovvero alla carlona.
Da un lato sosteneva di non rilevare la connessione dati, nonostante fosse perfettamente stabile, dall’altro dispensava indicazioni discontinue e di dubbia utilità.

Il suo errore più grande, però, è sempre lo stesso: dare per scontato che tu conosca già il percorso.
Gli basta buttare lì istruzioni del tipo “gira a destra e prendi vicolo della Speranza” oppure “tra 500 metri sali per via del Miracolo”, con la stessa spavalda disinvoltura esibita dalle carte Imprevisti nel bel mezzo di una partita a Monopoli.

A questo proposito direi che sarebbe ora di normalizzare due concetti molto semplici.
Primo: se sto chiedendo a te, Maps, come raggiungere un posto, forse – e dico forse – è perché non ho la più pallida idea di dove si trovi. Quindi no, non posso conoscere nemmeno le vie limitrofe che mi suggerisci per arrivarci.
Secondo: non siamo tutti atleti di salto in lungo, pertanto, così a occhio, 20 metri o 200 per me hanno lo stesso livello di astrazione.

Visto che con il navigatore di Google era una battaglia persa in partenza, restava un’unica via d’uscita: tornare ai metodi classici e chiedere consiglio ai passanti.
In fondo, chi sono io, ultima arrivata, per dubitare dei residenti che, a differenza mia (e di Maps), dovrebbero conoscere come le proprie tasche il luogo in cui vivono?
Purtroppo, dimenticandomi per un momento che qui la gente si muove con la stessa presenza scenica degli NPC di un videogioco horror, li avevo sopravvalutati: la loro capacità di dare informazioni, infatti, era pari a quella dei manichini esposti in vetrina.

Insomma,chi fa da sé fa per tree alla fine – dopo un ginepraio infinito – ho trovato lo studio medico, ma non prima di aver collezionato una delle mie epiche figure.
Secondo le indicazioni, l’ambulatorio avrebbe dovuto essere proprio di fronte a una certa farmacia.
Invece, una volta arrivata, mi sono ritrovata davanti a un cantiere edile e, come se non bastasse, zero porte, zero cartelli, zero punti di riferimento.
Stranita, entro quindi nella farmacia in questione per chiedere informazioni. L’addetta al banco mi guarda, esce con me, indica con il dito… e lo studio era lì.
Letteralmente lì.
Davanti ai miei occhi. Ma io non l’avevo visto.

Ma sorvolando su questo minuscolo incidente diplomatico, ciò che conta davvero è che l’obiettivo era stato raggiunto, quindi la mia missione poteva ritenersi conclusa.
Se non fosse che mancava ancora il livello bonus da portare a termine: il ritorno a casa.

Dopo le due ore perse all’andata – ormai stanca, sudata e con la dignità ai minimi storici – decido comunque di affidarmi di nuovo a Google Maps con lo stesso ottimismo di chi promette di iscriversi in palestra a settembre pur sapendo benissimo come andrà a finire.
Puntualmente, Maps, con la stessa “precisione” sfoggiata per suggerirmi il precedente percorso – e approfittando del mio momentaneo stato di vulnerabilità – mi conduce in stradine sempre più impervie e sconnesse, fino a farmi approdare in quello che somigliava vagamente a un antico borgo medievale.
O, molto più probabilmente, avevo iniziato ad avere le allucinazioni.

All’improvviso mi appare una scalinata interminabile, di quelle che non distingui la fine nemmeno se ti sporgi.
Soltanto che stavolta non era sicuramente un abbaglio, piuttosto l’ennesimo errore creativo di Maps.
Ma una cosa era certa: col cavolo che mi sarei arrampicata fin lassù dopo aver già macinato chilometri al piano strada.
Proprio in quel preciso momento ho avuto un’illuminazione, il lampo di genio.
La soluzione più ovvia per tornare a casa – così ovvia che il mio cervello ha deciso di ignorarla fino all’ultimo – era soltanto una: fare il percorso a ritroso.

Mentre ripercorrevo i miei passi, ragionandoci su a mente lucida ho pensato che quella salita forse non rappresentava un vero ostacolo.
Perché succede così un po’ per tutto: ci perdiamo, ci incasiniamo, ci affanniamo… e poi scopriamo che la via d’uscita era molto meno contorta di come l’avevamo percepita.
Ogni tanto basta fermarsi un attimo, respirare, osservare meglio e accettare che, a volte, per ritrovare la direzione giusta, bisogna prima fare un giro inutile.

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3 pensieri su “Io e Google Maps per la città: un disastro annunciato”

  1. Google Maps ultimamente mi manda sempre in posti improbabili, ma il borgo medievale ancora mi manca nella lista 😂😂

    1. Guarda, ancora fatico a capire se era stata un’allucinazione oppure no, ma nel dubbio avevo almeno deciso di tornare indietro 🫣

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