San Francesco parlava con gli uccellini.
Io, che porto il suo stesso nome, non potevo certo smentirlo: ho solo sviluppato una specializzazione tutta mia, le passere mattugie.
Girella, Pinguì, i gemellini Kessler e il resto della gang del bosco – nomi scelti da me con criteri scientifici pari a zero – che da quasi due mesi si sono appropriati del mio balcone con la spavalderia di chi ha già capito che non verrà mai sfrattato.
Tutto è iniziato quando un timido passerotto si è avvicinato alla portafinestra della mia camera, scrutando dentro come se stesse valutando l’acquisto dell’immobile.
Gli ho lasciato qualche semino, giusto per capire che intenzioni avesse e, da quel momento in poi, è tornato quotidianamente con una costanza tipica da pendolare.
Nel giro di pochi giorni, però, ha pensato bene di presentarsi con gli amici, probabilmente motivandoli con il sempre attuale slogan piatto ricco, mi ci ficco.
Rispolverando il mio passato da quasi‑ornitologa, ho così scoperto che si trattava di passere mattugie.
Quello che in realtà non sapevo è che queste creature dall’aria innocente nascondessero un’indole da piccole guerriere.
Nonostante ci sia cibo per tutti, infatti, riescono a trasformare ogni pasto in un torneo di lotta libera.
Forse perché, a furia di starmi vicino, hanno assorbito da me l’asocialità – insieme alla fame esagerata.
Eppure non mi lamento, anzi.
Con gli animali divento la persona più estroversa del mondo.
Ormai questi piccoletti sono diventati una presenza piacevole e, in un certo senso, il mio riscatto personale da birdwatcher mancata.
Dove abitavo prima, infatti, scene del genere erano impossibili.
I volatili restavano lontani sui tetti e le mie foto si riducevano a macchie sfocate simili a test di Rorschach: scatti discutibili, molto difficili da spacciare per fauna selvatica, neppure con la più fervida immaginazione.
In compenso, nel mio ex terrazzo c’erano i colombi: tanti, affamati – pure loro – e molto più svegli di quanto certi luoghi comuni lascino intendere.
Io e mia madre abbiamo quasi rischiato di vederci arrivare la SWAT alla porta, perché il vicinato – con tutti i problemi seri che c’erano nel quartiere – aveva deciso di dichiarare guerra ai piccioni.
Per poco non finivamo in TV come “le signore dei pennuti”, versione low‑budget del tormentone 2025 di Alberto Matano.
La situazione, infatti, era degenerata al punto da farci passare per le mandanti del traffico aviario locale, nemmeno fossimo in una serie true crime colombiana.
Ma ora che non abitiamo più lì, chissà quale nuova “emergenza” avrà scovato la solita squadra di controllo qualità del caseggiato, pattugliando il pianerottolo in cerca di un’altra infrazione immaginaria.
La fiction condominiale sicuramente prosegue: avranno già lanciato la nuova stagione con stesso format, stessa location ma nuovi protagonisti.
Del resto, “il lupo perde il pelo ma non il vizio“.
Dal mio canto, invece, dove vivo adesso sto impiegando le giornate in modo più produttivo guardando ben oltre gli edifici.
Molto più alto ho trovato un’altra presenza fissa di queste parti: Orione.
Il guerriero celeste, il tipo scolpito del firmamento, quello che se fosse umano avrebbe sicuramente un profilo Instagram pieno di foto in palestra e frasi motivazionali.
Quando ho notato la sua costellazione per la prima volta, l’ho scambiata per una formazione di droni in ricognizione: la mia attenzione era stata catturata da tre punti luminosi perfettamente allineati, con una disciplina quasi militare.
Nel dubbio che fossero meteoriti incazzati in avvicinamento, ho fatto una ricerca online per saperne di più e il mistero si è subito risolto: era proprio Orione, che da settimane presidia il cielo nei dintorni come se fosse il padrone indiscusso della zona.
Perfino le costellazioni sono qualcosa che fino a poco tempo fa potevo solo immaginare, dato che il panorama notturno sopra la mia precedente abitazione non offriva alcuna soddisfazione.
Nessun evento lunare, niente avvistamenti straordinari o incontri ravvicinati del terzo tipo, per quanto “I want to believe“, come Mulder e Scully.
Negli anni mi ero ingegnata invano e, dopo una serie di tentativi inconcludenti, avevo anche provato a giocarmi la carta di San Lorenzo.
Primo e ultimo esperimento: ho rimediato solo una tracheite e non ho avvistato nessuna stella cadente.
Un debutto talmente disastroso da chiudere direttamente sul nascere la mia carriera astronomica e scientifica.
Da quando vivo qui, invece, un’altra scoperta inaspettata è stata la nebbia.
Quella vera.
Non le nubi tossiche prodotte dagli abitanti del mio vecchio palazzo con barbecue improvvisati e tagliaerba fumanti.
Ma una coltre compatta che arriva quando meno te lo aspetti e in pochi minuti è in grado di ridisegnare tutto il paesaggio.
Le case svaniscono, gli alberi si dissolvono e quell’aura grigia genera un’atmosfera da classico film horror – complice anche il cimitero qui vicino, giusto per non farsi mancare nulla.
Eppure questo panorama ha un suo fascino: un fenomeno sospeso tra il perturbante e il magnetico, e che, contro ogni previsione, ho finito per apprezzare sul serio.
Tutto ciò senza dimenticare il silenzio totale del posto, che combinato alla foschia rende la situazione ancora più surreale.
Non tanto per la pace in sé, ma piuttosto per l’assenza di determinati suoni che dovrebbero esserci comunque a prescindere.
Invece le persone parlano a voce bassa, le faccende domestiche durano un attimo e chi usa attrezzi da giardinaggio sembra farlo con la cautela di chi sta disinnescando una bomba a orologeria.
Non ci sono lavori di muratura perenni, con trapani, martelli e motoseghe elettriche attivi full-time: gli operai di turno riescono a smantellare interi appartamenti con un rumore talmente ridotto, che a volte mi chiedo se stiano realmente combinando qualcosa.
A forza di osservare tutta questa tranquillità, mi sono resa conto che vivere qui significa semplicemente imparare a notare ciò che altrove passava inosservato: non è questione di fare grandi scoperte, ma di accorgersi delle piccole cose.
Sono loro che, senza fare chiasso, riescono a lasciare il segno attraverso un altro tipo di caos.
Succede tutto, solo in modalità più discreta.
Paradossalmente è proprio questo a restarti addosso e a farti capire che, in alcuni casi, ti basta davvero poco per sentirti nel posto giusto.

I nomi che hai dato ai passerotti mi hanno fatto morire 😂 I gemellini Kessler vincono tutto!
Ogni volta che ne arriva uno nuovo mi tocca inventarmi un nome al volo 😂
Ormai è diventata una tradizione!