Note introduttive

Il ritorno di Banshee Jones

Vi svelo un arcano.
Il diario di Banshee Jones è già esistito in un lontano passato, così lontano che io stessa fatico a ricordare se il sottotitolo fosse riferito alla me quasi trentenne oppure a quella in piena fase pre‑anta.
All’epoca, infatti, ero approdata su Windows Live Spaces (lo spin-off vintage di Messenger) in cerca di fama e gloria virtuale, ma il mio diabolico piano è sfumato nel nulla.
Tuttavia, nel tempo ho comunque guadagnato un piccolo seguito di perfetti sconosciuti, alcuni dei quali sono poi diventati amici di lunga data.

Tutto questo fino a quando, un bel giorno, arrivò un fulmine a ciel sereno: Windows Live Spaces chiuse i battenti, lasciando campo libero a WordPress.
La scelta era ardua: tentare un salto nel buio su una nuova piattaforma e ricominciare tutto da capo oppure fare la stessa fine del mio amato Spaces diventato ormai obsoleto.
Indovinate com’è andata? Ha prevalso l’accidia, ovviamente, uno dei sette peccati capitali di cui soffro e che ogni tanto prende il sopravvento sulla mia ragione.

A pensarci bene, però, non è del tutto vero, dato che alla fine sono sbarcata anche su WordPress, come si può leggere.
Soltanto, con circa una ventina d’anni di ritardo.
Del resto “meglio tardi che mai” perché in questi casi si sa come vanno le cose: noi forgiati dal modem 56k abbiamo i nostri tempi.
Ma finalmente il reboot – non richiesto – de Il diario di Banshee Jones è qui.
Pertanto, non c’è di che.

Il titolo naturalmente strizza l’occhio alla nota Bridget interpretata da Renée Zellweger, in quanto a sfighe e disavventure, anche lei non scherza affatto – non a caso è diventata la protagonista di un’intera saga cinematografica.
Per quanto riguarda Banshee, invece, si tratta della mia identità digitale nata nel lontano ’99, anno in cui ho avuto accesso a internet per la prima volta.
Da allora non l’ho più cambiata.

Inoltre, devo proprio ammetterlo, quel nome non lo avevo scelto a caso.
Arriva da La fata del male, il numero 79 di Dylan Dog, uno dei miei fumetti preferiti da quando avevo quattordici anni.
La protagonista di quel volume mi aveva affascinata: tragica, cupa, perseguitata da un destino non proprio favorevole.
Solo dopo ho realizzato che, in fondo, quel personaggio mi rappresentava fin troppo bene.

Anzi, a voler essere onesti, la Banshee del fumetto era pure messa peggio, perché chiunque le stesse vicino finiva male.
Mentre io, almeno, non sono mai stata associata al presagio di morte.
Non che io sappia, considerando che finora nessuno è venuto a lamentarsi in merito – e forse non è un caso.

Per questo motivo, quando ho deciso di riaprire un blog, non ho avuto dubbi su come intitolarlo.
Non era nostalgia, non era un tentativo di recuperare il passato, e non era nemmeno uno slancio di empatia verso la me stessa dei primi anni duemila.
Era più una questione di coerenza: se devo raccontare la mia vita con ironia, tanto vale farlo con l’identità che mi porto dietro dai tempi in cui, per connettersi a internet, servivano tempo, fortuna e un santo in paradiso.

And here we are again: io, il mio inseparabile nickname e un blog che non sapeva di voler tornare ma che, evidentemente, aveva ancora qualcosa da dire.
E a questo punto non resta che prenderne atto.
Il reboot non richiesto è ufficialmente iniziato.

Categoria:

4 pensieri su “Il ritorno di Banshee Jones”

  1. Anch’io sono “nata” su MSN Spaces! (Credo parliamo della stessa piattaforma, anche se io la ricordo con questo nome).
    Però tra quella e Wp c’è stato un lungo intermezzo, per me favoloso anzi mitologico: Splinder.

    1. Si penso che parliamo proprio della stessa cosa, invece ho un vuoto di memoria per Splinder! Sarà che dopo la chiusura di Msn non ho voluto più saperne nulla di blog perché ho vissuto il progresso come un “tradimento”.
      Quella era la mia prima esperienza di “scrittrice online” e la prima volta che mi mostravo al pubblico in quella veste. Quindi è stata un vero trauma la chiusura della piattaforma e ho odiato WordPress a prescindere per principio 😆

      1. Eh, capisco: lo stesso è stato per me con Splinder appunto, che dava più spazio all’artigianalità, alla spontaneità, ed incoraggiava ad apprendere / manipolare l’html.

  2. Il riferimento a Dylan Dog è un colpo al cuore. Quell’albo è uno dei migliori in assoluto 😍

Rispondi